[Il ritratto] “Demente senile”, “clown”. L’altro Conte del calcio, il vincente che ha preso Mourinho a pesci in faccia. E ora sogna il Milan

Approdato in Inghilterra alla corte di Abramovic non s’è smentito, portando il Chelsea reduce da un poco decoroso decimo posto alla conquista della Premier League, esultando a ogni gol come un ossesso e creando un rapporto di ferro con i suoi tifosi. L’anno dopo le cose non sono andate così bene, ma è riuscito a fare splendidamente l’altra sua specialità: la lite

[Il ritratto] “Demente senile”, “clown”. L’altro Conte del calcio, il vincente che ha preso Mourinho a pesci in faccia. E ora sogna il Milan

Antonio Conte a differenza del suo ominimo Giuseppe Conte, capo del governo italiano, non è mai stato un tipo troppo pacato e riflessivo. La sua caratteristica principale è la passione. Nelle squadre dove ha allenato s’è lasciato sempre nello stesso modo: rimpianto in maniera persino struggente da tifosi e giocatori, a pesci in faccia con i dirigenti. In compenso ha vinto quasi ogni volta: con Bari e Siena, dalla serie B alla A, poi con Juventus e Chelsea. Come detta la sua filosofia, abbastanza sbrigativa: «Io voglio solo vincere. Se perdo soffro come un cane». Ha chiamato sua figlia Vittoria, perchè, ha detto, «è la cosa più bella che ci sia». Ora che Leonardo è diventato direttore tecnico del nuovo Milan targato Elliott, la prima persona a cui ha pensato è stato lui. Gli ha risposto che bisogna aspettare un po’, perché adesso ha un contenzioso con il Chelsea - guarda caso -. Ma se il matrimonio si farà, una cosa possiamo darla per certa: il Milan tornerà a vincere. E dissanguerà le casse per pagarlo. L’ultimo obolo della squadra di Roman Abramovic è di 10 milioni netti all’anno. Gli stessi che lui pretende ancora come buonauscita, essendo stato licenziato per via di certi rapporti con la proprietà non proprio idilliaci. L’altra differenza con l’avvocato degli italiani è che pure Giuseppe Conte guadagna abbastanza bene con il suo lavoro, ma è niente in confronto a lui.

Però anche Antonio è stato un avvocato degli italiani, quando faceva il ct azzurro, e aveva conquistato tutti, pubblico, critica e giocatori. Il giorno in cui l’Italia fu eliminata dalla Germania campione del mondo solo ai rigori, fu una processione di lacrime e di abbracci: con la sua passione era riuscito a coinvolgere ogni singola persona del gruppo. Se Giuseppe Conte non sembra un passionale, mister Antonio vive per questo. E’ anche bravo, a sentire quelli che ha allenato. Da Carlitos Tevez: «E’ un duro, ma per me è un  fenomeno. Vuole sempre vincere,non si accontenta mai. E’ un maniaco del lavoro». A Buffon: «Devo dire che Antonio Conte è sicuramente il miglior allenatore con cui ho lavorato». A Pirlo: «E’ un grandissimo allenatore. Io ne ho avuti tanti, ma nessuno così meticoloso e bravo a spiegare le cose. Dal punto di vista e tattico è persino più bravo di Ancelotti e Lippi». Fino ad Arrigo Sacchi: «La Juve di Conte è la più bella che io mi ricordi». Però, essendo lui un passionale, che lo ami o lo odi, quelli che non ha allenato invece sono meno convinti. Come Antonio Cassano, che lui definì un quaraqua in uno di quegli scambi di opinioni molto poco english che lo ha sempre contraddistinto: «Quaraqua non sono io ma lui, che è stato squalificato per omessa denuncia. Ho fatto tante cassanate nella mia carriera, ma se lui viene a parlare di moralità, per me è finito il mondo». Perché nella gloriosa e inarrestabile carriera di Antonio Conte, c’è questa macchia per omessa denuncia nel calcio scommesse, per la quale lui s’è sempre dichiarato innocente, inscenando una famosa conferenza stampa che attirò subito la sarcastica attenzione di Crozza per via di quell’«agghiacciandeeee! E’ agghiacciandeeee», che continuava a ripetere imperterrito con gli occhi fuori dalle orbite. In ogni caso, il mister ha tirato diritto nonostante le accuse e ha continuato a fare quello che gli riesce meglio. Vincere. E litigare.

Approdato in Inghilterra alla corte di Abramovic non s’è smentito, portando il Chelsea reduce da un poco decoroso decimo posto alla conquista della Premier League, esultando a ogni gol come un ossesso e creando un rapporto di ferro con i suoi tifosi. L’anno dopo le cose non sono andate così bene, ma è riuscito a fare splendidamente l’altra sua specialità: la lite. Solo che s’è scelto come contraltare proprio José Mourinho, un tipo abbastanza difficile che ci sguazza persino meglio di lui nelle sfide a suon di insulti, tanto da trascinare un signore notoriamente molto tranquillo come Arsène Wenger a dar fuori di testa: «Un giorno lo troverò lontano da un campo di calcio e quel giorno gli spaccherò la faccia». Con il suo carattere passionale, Antonio Conte non ci ha badato tanto e ha cominciato lui dicendo che voleva evitare di ripetere la stagione di Mourinho al Chelsea, visto come stava andando la sua squadra: «Due anni fa è finita decima». I giornalisti, che non aspettavano altro, si precipitarono subito da don José che li accontentò senza farsi pregare troppo: «Non so, potrei rispondere in molti modi. Ma non ho intenzione di perdere i miei capelli parlando di Antonio Conte». Touché. Perché Antonio, a differenza del suo omonimo conterraneo Giuseppe, li aveva persi i capelli e li aveva fatti ricrescere con un prodigioso intervento al cuoio capelluto, che era sempre stato oggetto di ilarità tra i tifosi avversari. Poi, non contento, Mourinho aggiunse: «Se non mi comporto come un clown in panchina, non vuol dire che abbia perso passione». E adesso tutti da Conte, facendogli presente che gli aveva dato del pagliaccio: «Forse parlava di quel che faceva lui in passato. Se uno dimentica quello che ha fatto si chiama demenza senile». Fra clow e dementi, è una sfida all’ultimo insulto. Ma è appena agli inizi. Perché Mourinho rincara: «Ho commesso errori in passato e di sicuro ne farò ancora in futuro, ma so che non sarò mai squalificato per le scommesse». Conte: «Chi offende in questo modo è un piccolo uomo». Mourinho: «Chi era il capitano di quella Juve accusata di doparsi con l’Epo?». A onor del vero, quella Juve fu assolta. Ma sono quisquilie in sfide come queste. Conte di rimbalzo: «Ha detto cose gravi, non posso dimenticare». Mourinho: «Provo solo disprezzo». Conte: «Povo disprezzo anch’io». Vi stringerete mai la mano? «Non mi interessa. Ormai non è più un problema di rivalità sportiva, ma è un problema tra me e lui. E mi fermo qui». Non lo dice, ma comincia a pensarla come Arsene Wenger. Secondo noi, prima o poi Mourinho dovrà stare molto attento ad attraversare i passaggi pedonali guardando bene a destra e a sinistra chi sta arrivando in macchina. «Vi pare che abbia la faccia di una persona con rimorsi? Non penso proprio», dice Conte. E quando ci provano Le Iene a farli rappacificare scambiandosi le maglie con le loro firme, Josè lo fa anche se con un sorriso storto. Lui invece diventa di ghiaccio nel momento in cui gliela consegnano: «Puoi riprendertela, tienila tu».

Se la lite con Mourinho si conserva in freezer, Conte ha cominciato (o continuato?) quella con Abramovic e il suo braccio armato, Marina Granovskaia, la donna di ferro che sovrintende al bilancio e non solo della squadra londinese. Il Chelsea gli avrebbe fatto causa. E lui ha fatto causa al Chelsea perchè il licenziamento è arrivato troppo tardi, quando lui non ha più potuto trovare posto da un’altra parte. Stando così le cose è evidente che non può dire subito sì al Milan: crollerebbe il suo castello d’accuse. Si può fra qualche mese, ha specificato, dopo aver trovato un accordo con Abramovic. Quattro anni fa se ne andò via dalla Juve nello stesso periodo, lasciando nel pantano la squadra torinese. Corsi e ricorsi. Il tempo laverà pure ogni cosa, ma dopo quell’estate se chiedeste ad Andrea Agnelli cosa pensa di Conte, sai che risate si farebbe Mourinho.