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Ecco perché Conte e Inter vanno avanti insieme. Mercato sontuoso e scudetto

Perché mai il Antonio avrebbe dovuto lasciare il passo proprio al suo nemico giurato, Massimiliano Allegri

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
Ecco perché Conte e Inter vanno avanti insieme. Mercato sontuoso e scudetto

A dar retta alla logica, è andata come doveva andare. Antonio Conte e l’Inter vanno avanti insieme. A leggere o ascoltare i resoconti giornalistici, la logica è solo una parola pericolosa che bisogna evitare accuratamente. Le notizie oggi sono che «lo storico accordo di Villa Bellini» (Trump e Putin ci fanno un baffo, la storia si fa qui, a Sommo Lombardo) avrebbe sancito: a) un colpo di scena; b) la vittoria e/o il capolavoro di Steven Zhang; c) che tutti restano al loro posto, da Marotta ad Ausilio; d) che l’Inter è un posto magnifico, forse l’unico al mondo, dove i dipendenti possono mandare affantumazzo pubblicamente i padroni e tutti i dirigenti, anche in televisione e in più puntate, e poi venire convocati in una villa e ringraziati (da oggi pure io sogno di andare all’Inter). 

Giornata ricca di notizie 

In verità, le cronache giornalistiche preferiscono sorvolare su quest’ultimo punto, ritenuto giustamente il meno importante in una giornata così ricca di notizie. La più interessante è che dopo tutte queste botte e questi insulti «l’allenatore non avrà l’obbligo di vincere» (Sky, Tuttosport e siti vari), e che «la società abbasserà l’asticella» (Sky). A prima vista non c’è molta logica. Antonio Conte, uno che è tutta la vita che sbrocca quando non vince qualcosa, di quelli un po’ più odiosi degli altri - diciamolo - che già all’oratorio se non vinceva prendeva il pallone e se lo portava a casa fermando la partita, questa volta ha smosso mari e monti, ha insultato tutti a destra e a manca, perché lo pagassero un milione d’euro al mese e 12 ogni anno senza l’impegno di dover vincere, questo cappio al collo fastidioso che si trascina dietro dal primo giorno che s’è messo le scarpine ai piedi? 

Steven Zhang non voleva licenziare Conte 

Forse sarebbe l’ora di cominciare a ragionare. E magari bisognava farlo anche prima. Alcune notizie le conoscevano tutti. Una era che Steven Zhang non aveva nessuna, ma proprio nessuna, intenzione di licenziare Conte, che l’aveva detto e ripetuto a Marotta. E lo voleva tenere per due motivi chiarissimi: il primo è che lo stima, lo ritiene un vincente e nonostante le apparenze e quel che dicono in giro ci va molto d’accordo; il secondo è che di questi tempi neanche Moratti butterebbe i soldi dalla finestra, figurarsi i cinesi, che se uno comincia a conoscerli scoprirà che fra un salamelecco e l’altro assomigliano più ai napoletani che ai milanesi. E siccome cà nisciuno è fesso, perché mai avrebbero dovuto rimetterci 50 milioni tondi tondi e versarne chissà quanti altri al nuovo mister. A questo punto escludendo il licenziamento (e questa era una notizia nota a tutti, non una supposizione) restavano le dimissioni. Detto che lo stesso ragionamento sui soldi si poteva farlo pure per Conte, ce n’era un altro professionale che rendeva improbabile, quando non addirittura impossibile, questa eventualità.

Perché lasciare il posto al nemico Allegri? 

Perché mai il martello Antonio avrebbe dovuto lasciare il passo proprio al suo nemico giurato, Massimiliano Allegri, uno che dai tempi di Muntari e dalle frecciatine sul calcio scommesse deve stare attento tutte le volte che attraversa la strada anche sui passaggi pedonali per vedere se arriva la macchina di Conte che sta accelerando, consegnandogli una squadra già bell’e pronta per vincere e cominciare un ciclo, visto l’evidente e fisiologico declino che pare intraprendere la Juve? Non sta né in cielo né in terra.

Eppure, «inutile nasconderselo, qualcosa è successo», come ha detto Conte. E’ successo semplicemente che il super ego di Conte non s’è sentito abbastanza coccolato, che qualche screzio con un dirigente (non Marotta, con il quale il rapporto è solidissimo nonostante quello che inventano alcuni cronisti) lo ha indispettito alla vigilia di una campagna acquisti che lui ritiene determinante per compiere lo step decisivo. A parte l’uscita sul carro, che nessuno deve salirci, un refrain che ripete tutte le volte da quando allenava in serie B e che continuerà a tirare fuori anche solo con i passanti, il nodo centrale era quello del mercato. E allora, provando a ragionare, solo di questo s’è discusso a villa Bellini, dopo che s’è capito molto in fretta che nessuno aveva intenzione di licenziare o di dimettersi. Tutto il resto sono palle. L’Inter ha già fatto tre acquisti, Hakimi, Sanchez e Tonali (al di là delle ultime, fantasiose voci su un inserimento del Milan: l’accordo è già blindato con tanto di cifre e firme). Altri due sono quasi fatti: Emerson Palmieri dal Chelsea, e Kumbullà, dal Verona. Lautaro Martinez resta. Vi pare un mercato al ribasso, senza spese folli, come dicono oggi le cronache? Due giocatori sono in vendita: Brozovic e Skriniar, che non piacciono troppo all’allenatore. E a centrocampo altri due sono in arrivo: Ndombelé o Kanté, e l’adorato Vidal, quello per cui Conte diceva che se dovesse andare in guerra «un solo giocatore vorrei accanto a me: Arturo», il guerriero che restò in campo tutto rotto e zoppicante contro il Chelsea in Champions League e segnò pure il gol del pareggio. 

Una campagna acquisti mostruosa 

Alla fine nessuna squadra in Italia e poche in Europa potranno permettersi una campagna acquisti di tale portata. Questa è la verità: ha sfruttato la sua sceneggiata per ottenere il massimo. E solo questo voleva. Non andarsene via. Questo e Ausilio. Il quale è stato confermato. In questo caso però sarà sicuramente depotenziato, perché il filo diretto tra Zhang e Conte finirà per emarginarlo in un modo o nell’altro. Sempre che rimanga. Qualche dubbio ce l’abbiamo. La Roma annuncerà il suo direttore sportivo a ottobre. Dovrebbe essere Paratici. Ma se qualcosa non andrà per il verso giusto, vedrete che salterà fuori il nome di Ausilio. Chissà perché siamo abbastanza sicuri che Conte non verserà troppe lacrime.

 

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   

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