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Via Agnelli e no a Del Piero o Platini presidente: la Juve "commissariata" con un commercialista

Come nel 2006 la società bianconera sarà costretta a ripartire da un profilo molto più basso. Indicativo è il nome del nuovo presidente voluto da Exor: Gianluca Ferrero, un revisore dei conti

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
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In una sera d’inverno di cielo triste, la Juventus chiude l’era di Andrea Agnelli e ritorna indietro, in un colpo solo, al 2006. Come allora c’è una inchiesta della magistratura che rischia di affossarla, e come allora si trova da sola contro tutti nelle spire di questo secolo, in questo vortice d’eccessi che la trascina nei precipizi delle sue vette, dalle stelle alla polvere, e tocca di nuovo a John Elkann prenderla interamente nelle sue mani. La nomina di Maurizio Scanavino, amministratore delegato e direttore generale di Gedi, è già una indicazione precisa sulla Juve che verrà, perché Scanavino è a tutti gli effetti, come scrive Guido Vaciago, «un amministratore di rigore, uomo di fiducia di John, cui è legatissimo. E’ un tecnico, non ha esperienza sportiva, ma gestionale», e sarà lui a scegliere il cuore e il cervello della nuova società, quella che verrà costruita con esperti di diritto e contabilità, più che da sostenitori appassionati della causa bianconera. E ancora più indicativo è il nuovo presidente voluto da Exor, Gianluca Ferrero, presentato così in un comunicato della proprietà: «commercialista, revisore, sindaco e amministratore di varie società, possiede una solida esperienza e le competenze tecniche necessarie per ricoprire l’incarico».

Come nel 2006 la Juventus sarà costretta a ripartire da un profilo molto più basso, nonostante tutte le assicurazioni contrarie che riempiono l’aria e qualche articolo in questi giorni. Con un presidente revisore dei conti non potrebbe essere altrimenti. Niente Del Piero, come sognavano i tifosi juventini, niente Chiellini. E nemmeno Michel Platini, che però secondo noi resta in qualche modo nelle idee di Elkann, magari con un incarico futuro. Anche nel 2006, John gli aveva chiesto la sua disponibilità e lui aveva rifiutato. La storia che ritorna. C’è un’altra cosa che si ripete come 16 anni fa. Il fatto che tutti dimostrano sorpresa e parlano di un fulmine a ciel sereno. La verità è che non è così. Allora, la guerra nemmeno troppo verbale fra Lapo Elkann e Moggi, quindi fra la proprietà e i suoi dirigenti, e gli spifferi che uscivano dagli ambienti giudiziari annunciavano già il terremoto che stava per arrivare. Oggi, addirittura, Toni Damascelli, giornalista di lungo corso, il più informato in assoluto sul mondo Juventus e grandissimo amico di Platini, quasi un suo fratello, aveva già detto tutto e qualcosa di più in tempi non sospetti, almeno 15 giorni fa: «Ma quale scudetto e scudetto, altro che Allegri out e tutte ste chiacchiere. Quello che mi risulta è che entro il 23 novembre si dimette il consiglio di amministrazione della Juventus. Si presenta un nuovo bilancio in linea con le richieste della Consob, perché sarebbe folle andare contro la Consob, e si fa un nuovo finanziamento. Con o senza Allegri? Il problema ora non è soltanto l’allenatore».

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Erano sbagliati i tempi, ma tutte le cose che ha detto sono puntualmente avvenute. Solo il finanziamento è quantomeno difficile, per usare un eufemismo, ma perché Damascelli riportava ciò che era più che altro il desiderio (o la richiesta?) del suo informatore. Il particolare più importante, invece, è quello che riguarda la Consob, perché quello è stato lo scoglio finale su cui s’è infranta l’era di Andrea Agnelli, che voleva tenere il punto e andare allo scontro per difendere la giustezza delle sue posizioni, in aperto contrasto con la proprietà («stiamo affrontando un momento delicato societariamente», ha scritto l’ormai ex presidente ai dipendenti del club, «e la compattezza è venuta meno. Meglio lasciare tutti insieme dando la possibilità a una nuova formazione di ribaltare la partita»).

D’altro canto quella divergenza ruota attorno al vero casus belli, quello degli stipendi, prima tolti e poi restituiti secondo la Consob e la Procura in maniera irregolare, e della famosa "carta Ronaldo" (le plusvalenze erano solo un pretesto per far partire l’inchiesta, dato che sono sempre state un buco nell’acqua, essendo impossibile certificare il valore di un giocatore). Che poi è anche lì che finisce l’era Agnelli, proprio quando ha raggiunto il suo apice, con Cr7 e il Covid. Il presidente aveva tentato l’all in per entrare definitivamente nella stanza dei club più importanti d’Europa, l’acquisto del grande campione che avrebbe potuto alzare il fatturato agli stessi livelli dei suoi maggiori competitor. E il primo anno gli aveva dato ragione, perché gli sponsor avevano raddoppiato e triplicato le offerte, il marchio si era diffuso e il fatturato era cresciuto di 60 milioni. Poi è arrivato il Covid e quel castello è crollato: 550 milioni di debiti e conti in picchiata che si sono divorati anche gli aumenti di capitali. E’ una discesa inarrestabile, l’ultimo bilancio è il peggiore di tutti e l’inchiesta Prisma appare subito molto rognosa e sta azzannando la società alle caviglie. Il destino è già segnato. Dagospia si esercita ad anticiparlo da due anni, ripetendo ogni volta che Elkann farà fuori il cugino. Tutti negano, ma il bello è che tutti lo sanno che ormai finirà così.

E adesso il giorno è arrivato. Come sarà il futuro? Sicuramente diverso da quello di questi 12 anni di Andrea Agnelli. L’impronta sarà quella dei legali e dei contabili del prossimo cda, con molta più attenzione ai bilanci che ai risultati sportivi. Per quel che riguarda l’aspetto tecnico, nell’immediato per assurdo diventa più forte la posizione di Massimiliano Allegri, che con Cherubini ha il compito di salvare la barca nella tempesta. Poi si vedrà. Di sicuro, i tifosi bianconeri dovranno mettersi l’anima in pace e rinunciare ai grandi sogni di mercato, da Conte o Tuchel in panchina, fino ai cento milioni da spendere per Milinkovic Savic. Molto più probabile che si cerchi di prenderli vendendo qualcuno, quei cento milioni.

La scelta di un commercialista alla guida della Juventus dovrebbe spazzare via qualsiasi dubbio e ogni illusione. Però il nome di uno sportivo come riferimento, magari in un ruolo di vicepresidenza, potrebbe essere ancora fatto. Ne dubitiamo, ma è possibile. Lasciamo perdere quelli più banali e fantasiosi che stanno uscendo un po’ dappertutto sparati abbastanza ad minchiam (Professor Scoglio copyright), come Chiellini che fino al prossimo anno è impegnato in America, o addirittura il ritorno di Pavel Nedved, e non si capisce bene in base a quale criterio lui sì e gli altri no. L’errore originale di queste previsioni è che si tratta di persone vicine ad Andrea Agnelli (soprattutto Nedved, Chiellini è stimato pure da Elkann) e di sicuro l’ex presidente non avrà voce in capitolo nella scelta del suo successore. Bisogna abituarsi a cambiare il punto di osservazione. Per questo potrebbe avere più possibilità Del Piero, che ha sempre avuto buoni rapporti con John (e molto meno con Andrea). Ma soprattutto Platini: è un’icona della Juve ed è francese, una carta d’identità che ritorna molto spesso nelle scelte di Elkann, da Blanc a Vasseur, dalla Ferrari alla Juve. John l’aveva già chiamato dopo calciopoli. E la Juve è ritornata lì, all’Anno del Signore 2006.  

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   

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