La lite fra Totti e Spalletti: mobbing contro un dipendente di lusso, ma pur sempre mobbing

C'è un datore di lavoro che vuole annichilire un suo dipendente e abusa della sua posizione dominante"

La lite fra Totti e Spalletti: mobbing contro un dipendente di lusso, ma pur sempre mobbing
di Luca Telese

A Trigoria è in atto il "Totting", una particolarissima forma di mobbing, il mobbing contro il campione. Mobbing contro un dipendente di lusso, ma pur sempre mobbing, perché ancora più devastante nel suo obiettivo e nella sua dinamica: c'è un datore di lavoro che vuole annichilire un suo dipendente e abusa della sua posizione dominante pur di riuscire nel suo intento. Solo che, in questo caso, la forza mediatica del dipendente-capitano complica la riuscita dell'operazione e produce un titanico duello fra Davide e Golia.

Non so se sia vero il retroscena dell'ultima ora, quello che vedrebbe, come causa ultima della rissa fra Totti e Spalletti, una battuta del mister, che riprendeva il numero 10 per lo stravizio di una partita di carte notturna giocata alla vigilia della partita con Nainngollan e Pjanic (il bosniaco sarebbe poi stato privato del posto di titolare proprio per questo motivo). Non so se sia vero, e francamente poco importa: perché in questa vicenda è la scena che conta più del retroscena, è la disputa quasi letteraria fra l'autocrate e il leader che è al centro di tutto, è il duello avvelenato fra Spalletti-Salieri, contro Totti-Mozart a stupire per la sua virulenza e la sua portata.

Ovvio che questa sfida sia iniziata molto prima della partita con l'Atalanta, molto prima della rissa fantasma nello spogliatoio e che abbia il retrogusto avvelenato di una vendetta consumata fredda: Totti, da gennaio del 2016, è stato a lungo, e più volte, dichiarato da Spalletti -  su pubblica piazza - un ex giocatore: Spalletti che in conferenza stampa dice di aver a disposizione "quindici giocatori forti come lui", Spalletti che dice di aver bisogno "non di piedi ma di atleti in grado di correre", Spalletti che si chiede, ipocritamente ed incredibilmente, se siano stati veramente una impresa i due goal del capitano contro la Lazio nel 2015 (una delle pagine più gloriose della sua carriera), oppure, se la Lazio non fosse in vantaggio per colpa del fatto che Totti non aveva coperto abbastanza bene il campo. Diciamolo chiaramente: più che una dichiarazione prepartita, si trattava di quello che gli americani chiamano una character assassination. E, a prescindere dal retroscena della partita di carte, o dalla diceria di una rissa con "mani addosso", la dichiarazione davvero incredibile di ieri era la frase del mister secondo cui Dzeko avrebbe fornito prestazioni risibili, non per i suoi errori, ma perché "disturbato dal dualismo con Totti". Un dualismo di cui, udite udite, sarebbero responsabili i giornalisti.

Questo "dualismo" è davvero una invenzione curiosa, se si pensa che  Dzeko - (che io chiamo più semplicemente "cadaverone") sta diventando famoso nel mondo per un singolare primato: quello degli errori a porta vuota. Cosa c'entra, in questa crisi labirintica, il capitano è un mistero. Totti ha l'unica la colpa di entrare in campo a Bergamo, illuminare immediatamente la scena, regalare a cadaverone una palla celestiale, un lancio di prima intenzione da venticinque metri, che mette Dzeko solo davanti al portiere. E che gli consente ancora una volta di sbagliare un tapin che sarebbe riuscito anche ad un bambino. L'unico torto di Totti, nei dodici sparuti minuti in cui ha giocato, è stato quello di tenere bassa e tesa una palla scivolosa ed effettata, di averla domata con perizia, di averla tirata e di aver centrato, in mezzo a una foresta di gambe, l'angolino basso della porta. Pareggio provvidenziale e insperato visto come si erano messe le cose. Secondo punto consecutivo salvato e riconquistato in extremis da Totti: la volta scorsa con un assist, questa volta con un goal. Avrebbe meritato una lode. E invece rimedia un'invettiva e la rissa. Il nodo peró è un altro: il mister, e dietro di lui (anche se nascosta) la società, da tempo hanno deciso e proclamato, come per decreto regio, che Totti sia diventato un ex giocatore. Finché Totti non era mai in campo questa tesi era indimostrata, ma sembrava verosimile per molti creduloni (e tra loro molti ex adoratori del culto del pupone, oggi frettolosamente convertiti al "certaldismo"). Adesso che Totti gioca, rincorre gli avversari, serve palle da goal e addirittura segna, questa certezza prefabbricata sembra più difficile da sostenere.

Anche perché il casus belli della prima polemica con il mister, quella per l'intervista a Donatella Scarnati era stato pressocché grottesco. Dopo mesi di incomprensione con Spalletti, Totti aveva detto semplicemente, al Tg1, "Chiedo rispetto". Non era un affronto, non era lesa maestà. Il numero dieci tornava da un lungo infortunio, sentiva di poter giocare, lo stesso Mister diceva di volerlo schierare. Mentre Totti parlava, Spalletti - in contemporanea -  aveva annunciato: "Giocherà da titolare". Però, subito dopo, l'allenatore si era infuriato, e aveva sbattuto Il capitano fuori da Trigoria, revocandogli la sua maglia. Forse così si sarebbe potuto trattare un quattordicenne indisciplinato, non certo uno che alla Roma ha dato qualsiasi cosa per un quarto di secolo (compreso, nei momenti di crisi, pagare gli stipendi). Totti era già già dirigente, per contratto: ma adesso anche quell'impegno diventa carta straccia. E dire che, se non ci fossero questo interessi in gioco, e l'amor proprio ferito da Spalletti per ruggini che risalgono ad un'altra era geologica (il suo primo mandato alla Roma da allenatore), la lotta contro il tempo del Capitano avrebbe dovuto essere accolta, non come il capriccio di una primadonna, ma come un ultimo regalo. E poi come un investimento: Totti, anche solo con il marketing delle maglie, e con la festa di una partita di addio, vale-anche economicamente-molto più del miliardo e mezzo di ingaggio che prende.

Di più: ha proposto di giocare gratis ed è stato snobbato. La sua lotta titanica conto il tempo non doveva essere presa come un insulto o una sfida, ma come un valore aggiunto di mercato. La Juve ha avuto la forza di centellinare il fine carriera di Del Piero, la Roma avrebbe dovuto trovare la stessa determinazione nel "delpierizzare" Il suo capitano. Invece, con gli echi disastrosi della rissa di Trigoria e con quella di Bergamo, I dirigenti giallorossi ci ricordano che non si può uccidere una leggenda con una coltellata alla schiena. Se non altro, ci dimostrano che non ci si riesce. Un campione bisogna guardarlo negli occhi, quando si decide: ma la società questo ha dimostrato di non saperlo fare, come spiega il silenzio (sul piano ufficiale) sul tema contratto. Non si può pensare di seppellire Totti per interposta persona, dall'America o da Certaldo. E nemmeno si può chiedere ad un allenatore di fare il killer al posto tuo. Anche perché questo è un grande peccato, non per i tifosi della Roma, ma per chiunque ami lo sport. Il Totti di fine carriera gioca in un modo assolutamente opposto a quello degli esordi. Non dribbla, perché non può dribblare, corre meno, perché il fisico non lo sostiene, ma gioca tutte le palle di prima intenzione, inventa giocate stupefacenti, si mette al servizio degli altri. Nessuno poteva immaginare che il campione crepuscolare, avrebbe rubato la scena al campione giovanile. La storia ci dice che Salieri non era un pessimo musicista: era più famoso, più acclamato, più vicino ai potenti di Mozart. Era però divorato da una febbre tutta particolare: l'invidia. E poi un malinteso complesso di inferiorità. Peccato che se Totti sembra Mozart, Spalletti abbia deciso di vestire i panni di Salieri.