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Ecco perché uno straordinario Cagliari non è bastato a salvare la Juventus

I sardi bloccano i rossoneri a San Siro. Alla fine Antonio Conte otterrà la vendetta contro la sua ex squadra che rischia il posto in Champions

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   

Eppure crediamo che non basterà questo straordinario Cagliari che ha bloccato il Milan a San Siro a fermare il corso della storia. Alla fine, Antonio Conte la sua vendetta la otterrà lo stesso, perché il campionato sta scivolando via lo stesso con le sue sentenze inappellabili, con le sue condanne e la sua straordinaria rivoluzione, che si compie cinica e travolgente ogni giorno che passa, ogni benedetta domenica. La vendetta arriverà da sola, una settimana dopo, anche nel silenzio di quella sconfitta allo Stadium.

Cacciata dalla Champions rinviata?

La vittoria del Napoli a Firenze e il pareggio del Milan a San Siro contro il Cagliari hanno forse appena rinviato la cacciata della Juventus dalla Champions, di questa Juventus aggrappata a vittorie rocambolesche con la sua mezza squadra senza un centrocampo degno di questo nome, lasciandole soltanto la fiammella di illusione, l’ultima beffa del destino per chi iscrive sul suo stemma l’apoftegma definitivo che dice «fino alla fine». Dopo averle strappato lo scettro del potere, Antonio Conte potrà assistere implacabile, come il primo dei suoi nemici, al crollo rumoroso di ferraglie e memorie di quello stesso potere che lui aveva contribuito a creare, e poi aveva lasciato per la malcelata paura di perderlo. Da allora, quest’icona della Juventus, il ragazzino del Trap e il capitano del 5 maggio, lo scatenato e frenetico comandante che guidava la squadra e incitava lo Stadium, si è allontanato sempre di più, anno dopo anno, scudetto dopo scudetto, dalla società e dalla casa del suo cuore, dove era cresciuto come giocatore ed esploso come tecnico.

Conte uomo della rivoluzione

Fino alla sua firma per l’Inter, l’odiata nemica, dove è diventato l’Uomo della Rivoluzione, assieme a Marotta, proprio il dirigente che l’avrebbe spinto alle dimissioni in quel luglio del 2014, perché non si poteva entrare con dieci euro in un ristorante da cento euro. Da allora quel divorzio s’è consumato pubblicamente in quella rissa da bassifondi nella semifinale di Coppa Italia, da quando l’Inter ha cominciato a volare e la Juve ad affondare. E chi ha rischiato di annegare ha bisogno di tempo per riprendere a correre. Per questo crediamo che la storia sia già scritta e che non basta il coraggioso Cagliari a cambiarla, anche perché il Milan non dovrebbe avere vita così difficile contro una Atalanta già sazia e pure stanca dopo la finale di mercoledì.

La caduta della Juve fa molto rumore

Pure nel calcio, le salite e le discese della vita hanno qualcosa di beffardo e doloroso. E più è grande il potere, più fa rumore quando cade. Il potere della Juventus è stato così grande da sembrare che nessuno potesse più scalfirlo, 18 trofei complessivi, nove scudetti di fila, quattro Coppe Italia, due finali di Champions League e l’acquisto esplosivo di Cristiano Ronaldo con uno stipendio da 31 milioni di euro netti all’anno. Ma adesso all’improvviso tutto sta venendo giù, rischiando di travolgere uomini e cose, e ogni brandello di memoria, con i tifosi che hanno già dimenticato i lunghi anni dei tripudi e chiedono la testa di chiunque, ed è stato proprio il suo figliolo dal sen fuggito a segnarne la fine e il declino, e a infierire inesorabile. E’ una legge dello sport che non tutti riescono ad accettare. Fuori dalla Champions, con le casse vuote e i debiti che rischiano di affondarla, con il progetto fallito della Superlega e il legame quasi criptico quanto forse così poco vantaggioso fra Andrea Agnelli e Florentino Perez, la Juventus è diventata come quei leoni stanchi e vecchi, assediati dalle loro prede in cerca di vendette.

Cosa succederà alla Vecchia Signora?

Oggi come oggi non sappiamo ancora dove porterà questa rivoluzione, le teste che cadranno e quelle che si salveranno ma chissà per quanto tempo ancora. Andrà via Paratici (al suo posto Cherubini, niente Campos o altri ingressi fantasiosi, al massimo Giuntoli), resterà Nedved finché resterà Agnelli. Ma quanto resterà Agnelli? Dicono al massimo fino a dicembre, per poi lasciar via libera ad Alessandro Nasi, vicepresidente Exor, ottimi rapporti con Elkann, simpatizzante del Toro e soprattutto molta più attenzione ai conti e ai risparmi di Andrea. Che ci volete, non c’è più trippa per gatti. E con lui, l’epoca delle grandi spese è definitivamente archiviata. Sulla panchina potrebbe persino restare Pirlo, nonostante i giornali lo trattino già come un ex che ha appena svuotato l’armadietto dello spogliatoio.

Allegri non tornerà

L’unica certezza è che non sarà Allegri, anche se i giornalisti lo incontrano spesso a Torino e l’hanno visto qualche giorno fa in piazza Solferino a prendere un aperitivo con Cherubini. La verità è che Max ha casa da quelle parti. Aspetta il Real, e se non andrà a Madrid, dirà di sì a De Laurentiis. L’uomo più gradito dallo spogliatoio (e pure da qualche dirigente) sarebbe Gattuso. Ma Rino ha ormai firmato con la Fiorentina. Dipendesse da Paratici, porterebbe il suo amico Simone Inzaghi. Solo che il contratto di Paratici è scaduto e non ha ancora firmato nessun rinnovo. Qualcuno suggerisce l’accoppiata Lippi Cannavaro. E c’è persino chi è arrivato a sussurrare il nome di Antonio Conte. Una bellissima invenzione letteraria.

Conte resta all'Inter

In realtà Conte resta all’Inter, come Marotta. Pioli al Milan. Spalletti (o Allegri se non va al Real) al Napoli. I giochi sono ormai quasi tutti fatti. Anche in fondo alla classifica. Il Benevento di Pippo Inzaghi, in caduta libera e inarrestabile dall’inizio del girone di ritorno, pare condannato già da un po’ di tempo al ruolo di ultima vittima sacrificale, dopo Parma e Crotone. Potrebbe giocarsela a Torino con i granata, sempre che loro non pareggino il recupero con la Lazio. Gli uomini di Nicola dopo la grande rimonta hanno perso fiato e rabbia. Con il Benevento sarebbe una sfida fra disperati con le gambe molli e la testa vuota, un incrocio pericoloso fra maratoneti crollati sulla linea del traguardo, come Dorando Petri. Alla fine, comunque il girone di ritorno ha completamente ribaltato la classifica dell’andata, che vedeva Torino e Cagliari in terz’ultima posizione a 14 punti. Davanti a loro c’erano il Genoa, lo Spezia e l’Udinese a 18. Il Benevento era al sicuro a 22. Gli uomini di Inzaghi hanno fatto solo 10 punti in metà campionato, tre dei quali a Torino contro la Juventus, il che la dice lunga sugli incroci sorprendenti che possono arrivare da una rivoluzione e una resa senza appello. Ma, dietro, i cambi di allenatori hanno prodotto effetti abbastanza inattesi. Ballerini, Nicola e Semplici hanno dato alle loro squadre soprattutto una cosa: la concretezza, che è quello che serve nella lotta per non retrocedere. Ma con alcune differenze sostanziali. Se Ballerini s‘è limitato a chiudere ermeticamente la difesa, Nicola ha riacceso l’anima della squadra, lo spirito Toro, la rabbia agonistica, la forza di non arrendersi mai.

Il capolavoro di Semplici

Semplici ha rimesso la chiesa al centro del villaggio, ha ridato il suo volto al Cagliari, cercando sempre di giocare per vincere. Dei tre è quello che ha fatto l’opera più difficile, perché è partito dalle condizioni più pericolose ed è riuscito a venirne fuori andando a prendere anche punti impossibili, come quello strappato al Napoli. Cagliari, Genoa e Torino erano tre grandi storie in lotta per non retrocedere. E nell’anno della Rivoluzione poteva succedere di tutto. Loro ce l’hanno fatta.

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
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