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Nuove gerarchie e più spettacolo: come sta cambiando la serie A Made in Usa

Gli americani vogliono fare business, mica beneficienza. Per questo ci stiamo anche modernizzando: più emozioni e meno catenaccio

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
Nuove gerarchie e più spettacolo: come sta cambiando la serie A Made in Usa
Mourinho, allenatore della Roma "americana"

Siamo il campionato più americano d’Europa. E un po’ si vede. Gli americani vogliono fare business, mica beneficienza. Per questo ci stiamo anche modernizzando: più spettacolo, meno catenaccio. L’ultimo arrivato nell’esclusiva colonia a stelle e strisce è il Genoa, il club più antico dello Stivale, fondato dagli inglesi 128 anni fa: dopo 18 stagioni Preziosi l’ha ceduto a 777 Partners, un fondo con sede a Miami e diramazioni a New York, nato nel 2015 per volontà di Steven Pasko e Josh Wander, due magnati pieni di tante buone intenzioni. Compresa quella, essenziale, di arricchire il proprio patrimonio. Costo dell’operazione, 150 milioni.

Un buon affare per chi ha venduto, se si pensa che alla stessa cifra un altro americano, Rocco Commisso, ha comprato la Fiorentina, cioé un club che vale almeno il doppio. Preziosi è riuscito dove non ce l’ha fatta Ferrero, che sull’altra sponda di Genova l’anno scorso è arrivato a un passo dal cedere la Samp ai magnati americani Dinan e Knaster, con la supervisione di Gianluca Vialli. Sempre loro, solo loro, cowboys e affini. Il Genoa si aggiunge alla Roma della famiglia Friedkin, la Fiorentina di Commisso, lo Spezia di Robert Platek, il Venezia di Niederauer, il Milan che è nelle mani dell’hedge fund Elliott, il Bologna del canadese Saputo, stesso continente, e persino l’Inter, dei cinesi Suning, con il prestito vincolante, però, del fondo Usa Oaktree. Se poi scendiamo in B, il circolo si arricchisce ancora di più, perché sono americane le proprietà di Parma, Pisa, Como e Spal.

Negli altri campionati non è così. In Francia ci sono gli sceicchi e i russi. In Premier russi (Abramovich), arabi (Mansour Family, Manchester City), iraniani (Farhad Moshiri, Everton), sauditi (Bin Musaed, Sheffield United), cinesi, pure un italiano (Radrizzani, Leeds) e alla fine anche qualche americano (Manchester, Liverpool, Everton). Perché invece da noi ci sono solo loro? Perché da noi intravedono margini di crescita più grandi. Nel calcio, siamo più indietro di tutti. Niente romanticismo, comunque, il target è chiarissimo: make money. Ci sono gli stadi da fare (ed è la prima cosa che guardano) e quindi aumentare il valore dei club.

Investire e guadagnare su tutto. Per questo i tycoon a stelle e strisce si sono subito adoperati per applicare i migliori sistemi di ricerca e dati per scoprire calciatori dal basso costo e dall’alto rendimento sul campo, ma soprattutto per il portafogli. Così la Roma si appoggia a Retexo, negli Stati Uniti, che ha da subito contribuito alla scelta del direttore generale, Tiago Pinto, e ora scandaglia giocatori per il player trading. Il Parma si è affidato a Statsbomb, utilizzato anche dal Milan.

Metodi industriali e ricerche mirate. Il calcio dietro la scrivania diventa una scienza, come si vede nell’attenzione ai dati che è propria del Liverpool americano del ds Michael Edwards e di tutto il suo staff. Altro aspetto fondamentale è lo spettacolo: per fare business è indispensabile, perché solo così puoi attirare tifosi, sponsor e soldi, e far crescere i diritti tv. Se n’è accorto Mourinho che, tornato in Italia dopo dieci anni, continua a ripetere di aver ritrovato un mondo nuovo, che adesso quasi tutte le squadre giocano per vincere. Cosa impensabile all’epoca della sua Inter.

Certo, una partita come Lazio Roma (o anche Inter Atalanta) non l’avremmo mai vista a quei tempi. I biancocelesti hanno vinto un derby combattutissimo, giocando più da Inzaghi che da Sarri, facilitati in questo dal gol in apertura di Milinkovic. Tanti gol e azioni spettacolari. Sarebbe stato più giusto il pareggio e alla fine tutt’e due le curve hanno applaudito le loro squadre. Nel campionato americano, però, sembra comandare un italiano. De Laurentiis lo è per nascita. Per lavoro, mentalità e idee è molto più statunitense.

Il Napoli di Spalletti viaggia a velocità piena e diverte sempre. Ha avuto vita facile contro un inguardabile Cagliari, schierato da Mazzarri con una formazione imbottita di difensori e centrocampisti con il solo scopo di prenderne il meno possibile senza giocarsela, ma fino adesso sembra letteralmente un’altra squadra rispetto a quella di Gattuso. Lì dietro rincorre il Milan, che se i ritmi restano bassi, può andare lontano. E poi l’Inter che è ancora la più forte di tutte. Le uniche squadre che giocano e corrono come in Europa sono l’Atalanta e la Fiorentina. I viola, però, sono dominanti finché regge il fiato. I numeri dovrebbero preoccupare Italiano: non solo adesso, ma anche con lo Spezia, il 75 per cento dei gol li prende nella ripresa, quando comincia a mancare il respiro. E’ un dato su cui lavorare, ma che spiega bene la partita con l’Inter, comandata solo nel primo tempo e subita nel secondo. Domenica prossima contro il Napoli rischia di ripetere il cliché.

Poi c’è il solito discorso sulla Juventus. Ha vinto due partite contro squadre di seconda fascia e faticando in maniera indecente. Resta l’incompiuta di sempre. Il centrocampo è un settore importante, e se nella costruzione del gioco è in parte migliorata grazie a Locatelli, rimane irrisolto l’altro nodo, quello della fase difensiva. Le grandi punte sono indispensabili per l’attacco.

Ma ci si difende con il gioco di squadra e quando il centrocampo non è in grado di farlo, non c’è santo che tenga. Alla Juve manca un frangiflutti o un motorino che rincorra gli avversari o intercetti palloni, com’era Matuidi. Non serve un Pianic, cioé quello che cercava la società, che sul mercato le sta sbagliando quasi tutte, come dimostrano gli acquisti tanto strombazzati di Kaio Jorge e Ihattaren, già completamente spariti dai radar, com’era prevedibile. Così messa, sarebbe un miracolo fuori da ogni logica ipotizzarla in lotta per le prime posizioni o addirittura per lo scudetto, come invece avevano pronosticato alcuni opinionisti. Nel campionato più americano d’Europa c’è uno spartito nuovo e stanno cambiando un mucchio di cose. Anche le gerarchie.    

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   

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