[Il ritratto] Gli scontri con Berlusconi e le donne mollate sull’altare. Il segreto del successo di Allegri, mister Acciughina

Su 37 partite ha cambiato 36 formazioni. Ha fatto ruotare tutti i giocatori, cambiando 3 o 4 moduli non solo durante la stagione ma anche nel corso della stessa partita, segnando col suo solo marchio l’unico comune denominatore del settimo scudetto consecutivo. In questi giorni deciderà se restare o no. Marotta spera di convincerlo. Nessuno come lui interpreta lo spirito di una squadra che chiamano Vecchia Signora ma che poi possiede più di tutti le due Effe che appartengono a ogni vittoria: Fatica e Fortuna

[Il ritratto] Gli scontri con Berlusconi e le donne mollate sull’altare. Il segreto del successo di Allegri, mister Acciughina

Questa volta, ha ragione Beppe Bergomi, l’uomo dello scudetto è un signore di cinquant’anni un po’ spelacchiato, vestito di scuro ai bordi di una panchina, quando non sbatte la giacca per terra in un raptus di rabbia, perfetto interprete della filosofia di una società che ha fatto del successo la sua esclusiva ragione di vita. Massimiliano Allegri, da Livorno, quartiere Coteto, padre scaricatore di porto e madre infermiera, chiamato Acciughina perché secco come un palo della luce quando faceva la mezzala di talento in giro per l’Italia, ce l’ha nella sua storia questo timbro dei vincenti. Da ragazzino, che muoveva i primi passi sognando il grande calcio, andava da un amico che faceva l’allibratore dei cavalli e ne aveva uno che si chiamava Minnesota. «Io volevo puntarci sopra e lui mi disse: è più facile che tu vada in serie A che vinca questo cavallo. Invece vinse e io andai in serie A». Non è che è cominciata con Minnesota la sua carriera, ma neppure l’uomo che sussurrava ai cavalli aveva capito bene di che pasta era fatto questo ambizioso ragazzino che il più grande direttore sportivo del vecchio calcio italiano, Italo Allodi, aveva osservato come «un giovane di talento con un carattere molto sbarazzino». Il carattere l’ha adattato nella scalata agli apogei del nostro football. Il suo talento, invece, l’ha trasformato nella concretezza, con gli anni che passavano rubandogli qualche capello e qualche illusione.

Adesso che ha scritto il suo nome nella storia del calcio, vincendo 4 scudetti di fila com’era riuscito solo a Carlo Carcano sempre con la Juve, quella del quinquennio negli anni Trenta, potrebbe anche decidere di mollare la presa, sfiancato dalla sua stessa sete di vittoria e dalle pressioni che lo inseguono pure a ogni dibattito televisivo. Anche se lui ripete che il campionato l’hanno vinto i suoi giocatori che hanno tutti una virtù che non si trova facilmente sul mercato («il cuore. E senza cuore non si vince»), in realtà nessuno come lui ha inciso questa volta nella estenuante sfida, giornata dopo giornata, con il Napoli, l’alfiere del bel gioco, la rivoluzione che avanza, ma che perde ancora, come l’Olanda che rubava gli occhi e cambiava il calcio, fermandosi sempre sul filo di lana. Lo testimonia un dato più degli altri: su 37 partite ha cambiato 36 formazioni. Ha fatto ruotare tutti i giocatori, cambiando 3 o 4 moduli non solo durante la stagione ma anche nel corso della stessa partita, segnando col suo solo marchio l’unico comune denominatore del settimo scudetto consecutivo. In questi giorni deciderà se restare o no. Marotta spera di convincerlo. Nessuno come lui interpreta lo spirito di una squadra che chiamano Vecchia Signora ma che poi possiede più di tutti le due Effe che appartengono a ogni vittoria: Fatica e Fortuna. Acciughino crede nel lavoro. Ma soprattutto ha sempre inseguito la fortuna, se è vero come confessato che andava a giocare ai cavalli già quand’era un bambino. A 10 anni?, gli hanno chiesto. «Sì, e anche a 5. Perché andavo con mia nonna». Ai cavalli si rifa pure per spiegare i suoi metodi, come ha fatto con Benatia che a un certo punto ha tolto dalla formazione titolare: «L’ho mandato al prato, perché i cavalli dopo un po’ che vincono si mandano al prato a riposare».

Che fosse benedetto dal destino, lo si è capito appena ha appeso le scarpine al chiodo. Prima squadra da allenatore, primo campionato vinto: Aglianese, serie D. Poi il Sassuolo. Doppietta: promosso in serie B e vince la Supercoppa di C1. Va al Cagliari nella massima serie e lo salva dopo essere partito con 5 sconfitte consecutive. Milan, e vince subito lo scudetto. Gli tolgono Thiago Silva e Ibrahimovic e lui arriva lo stesso in Champions. Berlusconi mal lo sopporta. Da buon livornese, Allegri è di sinistra. Il Cavaliere bacchetta subito Galliani che l’ha scelto per la panchina: «E’ mica comunista?». E quando lo presenta alla stampa lo elogia per l’unica cosa che gli riconosce: «Come vedete, è un bell’uomo». In realtà, oltre a essere «un bell’uomo», come lo battezza Berlusconi, è anche uno sciupafemmine, magari non proprio come l’ex premier, ma diciamo che se la cava. Nel suo curriculum c’è solo qualche inciampo: cose che capitano ai latin lover. Nel 1992 lascia la sposa, Erika, praticamente sull’altare, a due giorni dalle nozze. Si sposa nel ‘94, facendo un figlio l’anno dopo, e divorzia nel 98. Un’altra figlia la fa nel 2001, ma lascia la compagna, Claudia, quando lei è incinta di 6 mesi. Colleziona un po’ di donne dello spettacolo: la playmate Gloria Patrizi, prima che il gossip gli attribuisca pure la regina del kitsch, Barbara D’Urso. Anche se lui smentisce: «E’ stato solo un giro di fumo da cui si è alzato un polverone. E’ la mia mascotte. Quando la conobbi mi disse: ti porterò fortuna. E vincemmo il derby. Ma non ho neanche il suo cellulare». La fidanzata che aveva quando la Juve lo prese per sostituire Conte, non sapendolo ancora, twittò proprio quel giorno qualche bell’insulto alla mafia bianconera. Quel che si dice il tempismo. Anche per questo fu accolto a uova marce dai tifosi inferociti quando arrivò a Vinovo.

Con loro, con i tifosi, non ha un rapporto semplice. Qualcuno gli chiede la Champions, rimproverandolo per le due finali perse. Qualcun’altro gli chiede pure il bel gioco. Ma la Juve, lui lo sa bene, è un’altra cosa. «Io la gente la faccio contenta perché vinco», ripete lui. Ha ragione. Battibecca con Sarri, che parla di potere e di bilanci. La critica elogia il Napoli per il bel gioco, e lui s’inalbera. In fondo, le sue due Effe, la Fortuna e la Fatica, possono anche far meno del bel gioco. Lui ha un’altra missione, e mette in fila le medaglie. Arrigo Sacchi va giù pesante, ricorda che l’anno scorso a Barcellona ha fatto «un catenaccio che non si vedeva da 30 anni», e che anche quest’annop contro il Napoli «per 70 minuti ha lasciato giocare esclusivamente gli avversari». Lui risponde che rispetta le idee di tutti,comprese quelle di «Sacchi, che è un guru del calcio. Ma faccio quello che devo fare. Non bisogna farsi distrarre dalle esternazioni di tutti. Quello che conta è quello che fai. Non quello che dici». Rivendica di essere un figlio della vecchia guardia, di quegli allenatori tutta concretezza e lotta che hanno fatto l’Italia degli anni andati. Per questo Sacchi gli dà addirittura dell’orecchiante, dice che scopiazza un po’. «Ma a me hanno insegnato che bisogna anche saper scopiazzare», risponde Allegri, prima di tirar fuori il livornese che c’è in lui: «Comunque a Sacchi gli voglio bene. E’ una persona di 70 anni...». Il fatto è che Max incarna la Juve in tutto e per tutto. E’ la Storia, non quello che deve ancora succedere. E’ il Passato contro il Futuro, perchè deve difendere tutto quello che è stato costruito fino a qui. Non è solo filosofia. E’ politica. L’uomo di Sinistra è diventato il grande premier della Destra del calcio. Miracoli da Minnesota, il cavallo che non doveva vincere.