Totti, non è un addio, è un arrivederci: nel giorno della fine, questo è solo l’inizio

In quest’estate del calcio alla rovescia, l’addio del Pupone è più incomprensibile pure di un ultrà bianconero sulla panchina dei rivali storici dell’Inter, o di un acerrimo antijuventino su quella della Juve

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Nel giorno dell’ennesimo lutto in casa Roma, c’è qualcosa che non si riesce davvero a capire. «Per me staccarmi dalla Roma è terribile», ha detto Francesco Totti nell’ultimo giorno della sua vita con la Lupa, in questa conferenza stampa così surreale di rabbia e di dolore, 30 anni dopo una sera di mezzo caldo in cui quel biondino secco come un chiodo disse no alla Lazio, convinto da Gildo Giannini, per venire a Trigoria dall’indimenticato Dino Viola. «Oggi posso anche morire. Sarebbe pure meglio». In quest’estate del calcio alla rovescia, l’addio del Pupone è più incomprensibile pure di un ultrà bianconero sulla panchina dei rivali storici dell’Inter, o di un acerrimo antijuventino su quella della Juve. Perché annuncia una diaspora difficilmente recuperabile, lo scontro con il patrimonio irrinunciabile di qualsiasi società di calcio: i suoi tifosi.

Totti sta al calcio come Sordi al cinema

Quelli della Roma, poi, sono diversi da tutti, perché se mai doveste chiedere a uno di loro se sarebbero stati disposti a rinunciare a Totti pur di avere qualche scudetto in più, nessuno risponderebbe di sì. Si può amare del calcio una identità comune, un modo di essere, più ancora della vittoria. Per i romani Totti sta al calcio come Alberto Sordi al cinema, una icona in cui identificarsi che va al di là della semplice romanità, perché rappresenta nel bene e nel male qualcosa di tutti noi. E’ il genio che c’è in lui che ci ha folgorato, quel suo modo di fare le cose difficili come se giocasse a tresette, l’ironia di certe sue giocate e l’aria sfottente di renderle decisive, o le sberle che tirava senza sudore, come un gol contro il Bari, da posizione laterale, in un’area affollata che non si capiva niente: vediamo di mettere a posto sto casino.

«L’unico fuoriclasse italiano»

Pochi giocatori al mondo hanno saputo essere se stessi in un campo di gioco come lui. A noi è il suo modo di correre che ci ha fatto impazzire, come se non avesse mai dovuto sprecare una goccia, eppure così geniale, perché capiva prima degli altri dove finiva il pallone: hai visto?, nun c’è bisogno de faticà. Francesco Totti è stato il più grande calciatore italiano del dopoguerra (e probabilmente solo perché prima stavamo tutti molto occupati in altre faccende per fare delle classifiche), «l’unico fuoriclasse italiano», come l’ha definito Zeman, uno che sapeva già lui per primo quello che sarebbe diventato da grande, visto che a nove mesi prendeva a calci un pallone di plastica che gli avevano regalato solo perché avesse qualcosa da fare. Il piccolo Francesco non lo mollava più, se lo portava pure a letto a farci la nanna. Ed era pure preciso: mamma Fiorella ha confessato che «a casa non ha mai rotto niente». Era magro come un chiodo, piccoletto, un biondino che a cinque anni giocava con quelli più grandi di lui e segnava sempre, sulla spiaggia, nella Fortitudo e con la maglia della Smit Trastevere prima di crescere e passare alla Lodigiani, dove lo andarono a pescare i dirigenti della Lazio, quando Gildo Giannini bussò alla porta di casa Totti una sera di primavera e li convinse a seguire il cuore: siete romanisti in famiglia, stracciate l’accordo e venite da noi.

«Mi dimetto, ma non per colpa mia»

Da allora, da quell’anno di grazia 1989, er Pupone è diventato la Roma, la sua immagine nel mondo, la sua identità. Fino a oggi, 17 giugno 2019: «Mi dimetto, ma non per colpa mia». Nella conferenza d’addio ha parlato senza freni, rispondendo a tutte le domande, senza mai nascondersi: «Promesse me ne hanno fatte tante, ma non sono mai state mantenute. Che senso aveva mettersi a disposizione di altre persone che non mi volevano?». Dietro alle sue parole corrosive, c’è soprattutto un nemico dichiarato: Franco Baldini, che è il principale consigliere di James Pallotta.

L'esperienza da dirigente giallorosso

Baldini, nella sua prima esperienza da dirigente giallorosso, conquistò lo scudetto nel 2001, dichiarandosi il grande nemico di Moggi, non solo nelle guerre di mercato, ma anche con esternazioni pesanti. Era così amato dai tifosi, che quando lasciò la Roma e la Juve del dopo calciopoli lo chiamò, lui disse che non poteva tradire il suo cuore. Adesso era stato richiamato a guidare il nuovo corso a stelle e strisce. E si era presentato con un pepato commento proprio nei confronti di Totti: «Deve liberarsi della sua pigrizia». Totti ci rimase male e quando gli chiesero come avesse ritrovato Baldini, nella nuova veste con la cordata Usa, rispose: «Pupo». Da allora il soprannome di Baldini divenne Pupo. Oggi in conferenza non l’ha chiamato così. Non era il caso di ironizzare. Ma è stato anche molto più pesante, ripetendo più di una volta che in una società seria chi sbaglia paga.

Un addio lungo 75 minuti

Con questo addio lungo 75 minuti, Totti ha segnato un capitolo dirompente nella storia della Roma americana. Quando lo scontro fra due dirigenti diventa così esplosivo, di solito non si salva nessuno dei due. Francesco ha lasciato. Ma adesso prima o poi lascerà anche Baldini. E senza il suo consigliere, con una piazza ormai schierata tutta contro, che futuro potrà mai avere la proprietà di Pallotta, con il progetto dello stadio sempre più fermo? In fondo Totti l’ha detto. Non è un addio, è un arrivederci. Con altri dirigenti, lui tornerebbe. Nel giorno della fine, questo è solo l’inizio.