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In Europa il calcio vira verso il bel gioco. In Italia si punta sui difensivisti. E alla Juve arriva un supermanager

Una girandola così non s’era mai vista. Nel nostro campionato ben undici squadre cercano un nuovo tecnico, perché un buon allenatore può fare la differenza proprio come un grande bomber

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
Massimiliano Allegri - Foto Ansa
Massimiliano Allegri - Foto Ansa

Una girandola così di allenatori non s’era mai vista. Nel nostro campionato otto delle prime dieci classificate hanno cambiato panchina, undici in tutta la serie A, e senza contare il Bologna, che, se alla fine del suo giro di consultazioni Lotito gli porterà via Mihajlovic, sarà costretto a farlo. Ma è una giostra che riguarda praticamente tutta l’Europa e coinvolge soprattutto quelli che hanno vinto. In Francia, tocca le prime due della Ligue, Lilles e Paris St. Germain. In Spagna, le due potenze, Barcellona e Real Madrid. E in Germania, sette delle prime otto della Bundesliga, con il Bayern che addirittura lo acquista, il suo mister, versando nelle casse del Lipsia 25 milioni di euro per accaparrarsi Julian Nagelsmann, un rivoluzionario di 33 anni appena, con la faccia da bambino capriccioso, che concepisce la partita come una guerra alla baionetta per assaltare la trincea nemica. I dirigenti dei campioni tedeschi sono convinti che le sue idee iperoffensive rappresentino il calcio del futuro e che quindi vale la pena investirci.

Da noi in Italia non è proprio questa la filosofia dominante, ma il risultato è lo stesso. Vanno di moda i difensivisti, torna Allegri, pagato a peso d’oro, e ci si azzuffa per Conte, che ogni volta lascia le sue squadre dopo due o tre anni, inventandosi una storiella nuova, l’aveva fatto col Bari, col Siena, poi con la Juve, il Chelsea e adesso l’Inter. Vincere e scappare. Siccome vince, e fa qualcosa di più, costruisce una mentalità, un ambiente, uno zoccolo duro di appartenenza, se la cava sempre. Per questo chi viene dopo di lui non affonda quasi mai. E poi, lui, Allegri, Klopp, Guardiola, Mourinho e tanti altri, sono la prova vivente che un buon allenatore può portare da 5 fino a venti punti in più in classifica (la differenza tra Conte e i suoi predecessori), proprio come un grande bomber, o una difesa ermetica. Richiama pubblico, quindi biglietti e incassi, alla stessa stregua del nome da copertina da sbattere nei sogni dei tifosi. E siccome quest’anno soldi non ce ne sono proprio, e non ce ne saranno neppure per i prossimi, perché ci vorrà un po’ di tempo per risollevare la testa, hanno avuto tutti la stessa idea: quei pochi buttiamoli su un allenatore, e poi cerchiamo di vendere qualche calciatore. Detto con maggior chiarezza, quello che deve fare l’Inter - mettere sul mercato uno o due pezzi pregiati -, su cui ha fatto leva Conte per levare gli ormeggi, in realtà lo devono fare tutti nel nostro campionato. L’inghippo è che quelli che possono acquistare si contano sulle dita di una mano, due sceicchi, un oligarca russo, l’altro Manchester degli americani, o qualche inglese, ma poi? Non tutti riusciranno a far cassa. E i problemi non si fermeranno quest’estate.

In compenso, non resta che sperare nei miracoli degli allenatori. Anche perché, come ha appena insegnato la Juve, quelli dei giocatori costano un occhio della testa e, per di più, se non si realizzano non sono loro quelli che pagano. E’ la lezione Paratici, chiamiamola così. Il più bravo talent scout d’Europa, uno dei migliori ds italiani, s’è giocato tutto su Ronaldo, assieme a Messi il migliore del mondo. Ha sorpassato Marotta, lo ha di fatto allontanato, e poi per inseguire le volontà di CR7 ha spinto pure Allegri e il suo calcio vincente fuori dalla porta per cambiarlo con il football dei giochisti, mentre il suo fuoriclasse gli svuotava le casse. Risultato: in due anni ha perso il campionato e il posto. Dopo di lui cadranno altre teste, perché non c’è occasione migliore per la proprietà di rimettere a posto i conti. Andrà via anche Nedved, ma soprattutto Andrea Agnelli, che ha fatto da capro espiatorio per la vicenda Superlega. Al suo posto arriverà Alessandro Nasi, bravissimo manager, uomo Exor di piena fiducia di Elkann, che, a segnare la netta discontinuità con il passato, è pure un ultrà granata che assiste in curva Maratona alle partite del Toro, come informa Dagospia, sito informatissimo sulle vicende di casa Juve. L’importante è che sia bravo a far di conto. Ci sarà anche un nuovo ad, che sarà Maurizio Arrivabene. Ma, soprattutto, ora c’è Allegri.

Quello che conta è l’allenatore. Può cambiare il corso di una stagione molto più del «più forte giocatore del mondo» (definizione che gli appioppò il Max a Sky): Conte ce l’ha fatta, Ronaldo no. Così Comisso si affida a Gattuso, senza cercare grandi firme per la squadra. Il Napoli a Spalletti. E Marotta, l’unico vero gentleman del calcio italiano, fa una roba che non è proprio da lui andando a fregare di notte Simone Inzaghi alla Lazio, come un ladro. E strapagandolo pure, il doppio di Lotito. A’ la guerre comme à la guerre. La Roma fa il colpo Mourinho, e la piazza impazzisce. L’Udinese cerca disperatamente Zanetti che è appena salito in A con il Venezia. L’emergente Juric al Torino. L’allenatore dello Spezia, Italiano, ha più corteggiatori di una diva: lo vogliono tutti, e gli propongono di fare pure il manager. De Zerbi è volato via allo Shaktar. Il Cagliari è vero che resta con Semplici, ma l’aveva preso da poco. E anche il Genoa vorrebbe cambiare se non fosse obbligato dalla piazza a tenersi Ballardini: Preziosi, che è lo scopritore di due innovatori come Juric e Gasperini, non apprezza molto un tecnico che come unica idea di gioco ha quella di piazzare un pullman davanti alla porta. Solo che facendo così Ballardini ha salvato per due volte il Genoa, e i tifosi si sono tutti schierati dalla sua parte. Nel momento in cui in Europa il calcio vira prepotentemente verso il bel gioco e le idee superoffensive, in Italia trionfano i difensivisti. Conte fa scuola. Nessuno come lui. E ora lo cercano Psg e Real. Ci viene da ridere al pensiero che uno come lui, che due attaccanti in campo gli sembrano già troppi e che comunque se giocano devono essere i primi a difendere, possa guidare una squadra che schiera Mbappé, Neymar, Kean, Icardi e Di Maria, più Verratti. O un’altra che ha Hazard, Asensio, Benzema, Vinicius, più Kroos e Modric. Il Maestro Assoluto del Catenaccio che non ha i giocatori per farlo e obbligherebbe le proprietà a cercare solo difensori. Eppure è quello che avverrà, più PSG che Real, secondo noi. Perché nessuno oggi conta più di un allenatore.

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   

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