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Ferrari, disastro senza fine. E ora i grandi manager dicono a Maranello

Nello splendido circuito di Spa Francorchamps, ha vinto Lewis Hamilton davanti a Bottas e Verstappen. E la Ferrari? Siamo davanti a un precipizio che ci appare ogni gara peggio di quella prima

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
Ferrari, disastro senza fine. E ora i grandi manager dicono a Maranello

Due notizie a volte non fanno neanche una notizia. Nello splendido circuito di Spa Francorchamps, ha vinto Lewis Hamilton davanti a Bottas e Verstappen, ma di questo passo ormai potremmo scrivere l’ordine di arrivo prima ancora che le monoposto si dispongano sulla linea di partenza. L’altro titolo sarebbe quello sul disastro Ferrari. Anche qui però dove sarebbe la novità? Siamo davanti a un precipizio che ci appare ogni gara peggio di quella prima. Tutte le volte gli amici di Maranello ripetono la solita solfa, che hanno toccato il fondo, solo che neppure questo è vero, perché la verità è che non c’è limite a questa pena. C’è un dato che è inequivocabile: la Ferrari in Belgio è stata superata tranquillamente anche dalla Alfa Romeo, che ha lo stesso motore. Vuol dire che tutto il progetto è fallimentare, che è sbagliato il telaio che in condizioni normali avrebbe dovuto permettere alle rosse di dare un secondo al giro al suo cliente. La cosa più angosciante, poi, è che ogni volta che ci mettono mano per qualche modifica, non fanno altro che peggiorare la situazione. Così quando Mattia Binotto dice «serve pazienza, lavoriamo per il futuro», non resta che toccare ferro perché forse sarebbe meglio che lavorassero pure, ma da un’altra parte, visto quello che sono capaci di fare.

I piloti sono gli unici che non hanno colpe. E Charles Leclerc si mangerà la dita per aver firmato un contratto di cinque anni, perché da questo abisso non ci si risolleva in un anno o due, e una stagione come questa lascia dei segni indelebili che non sono semplici da dimenticare, incide sulle tue convinzioni e sulle tue sicurezze, e ti rassegni alla sconfitta, perdendo per un tempo così lungo l’abitudine a lottare per la vittoria. Nelle parole di Leclerc alla fine della gara c’è tutta la sua sconsolata delusione: «Oggi non è facile parlare, è brutto, è veramente brutto. Dobbiamo fare qualcosa. Io ho provato a dare il massimo, ma era impossibile, non ce la facciamo a sorpassare, sul dritto andavano tutti più veloci. Adesso arriva Monza, e la vedo veramente dura». Meno male che il Covid tiene lontano il pubblico, risparmiando ai tifosi le puntate italiane di questo disastro senza fine. Dopo sette gare, mai la Ferrari in tutta la sua storia aveva ottenuto un punteggio così basso nella classifica del mondiale.

Ma si può far qualcosa per porre fine a questa vergogna? I risultati storici di una monoposto passata in un anno appena su questo stesso circuito dalla pole e dalla vittoria nel 2019 alle prestazioni vergognose di questi giorni dovrebbero essere una condanna senza appello in qualsiasi azienda o società sportiva che si rispetti. Evidentemente alla Ferrari non è più così. Ma è un bruttissimo segnale, perché deprezzare in questo modo un marchio iconico come quello del Cavallino significa poi togliergli valore anche sul mercato. Naturalmente un disastro del genere non capita dall’oggi al domani. Si costruisce nel tempo, perseverando negli errori e negli equivoci. Non parliamo dei piloti. Leclerc viene umiliato da questa monoposto alla stessa stregua dei suoi tifosi. Forse Schumacher partecipava più di lui alla realizzazione della vettura. Ma di Schumacher ce n’è stato uno solo. Chiusa la sua era e quella di Todt e della squadra perfetta che aveva dominato all’inizio del secolo, come sempre capita alla fine di un ciclo, pure a Maranello non sono riusciti a ritrovare subito la strada per tornare vincenti. Ma gli errori più gravi sono venuti dopo, sbattendo fuori malamente tecnici bravi e capaci che poi sono andati, guarda caso, a ingrossare, sotto il castello di Brackley, nella contea del Northamptonshire, il meraviglioso team messo insieme dalla Mercedes. La verità è che adesso alla Ferrari bisogna ricostruire dalle fondamenta una squadra di lavoro, cercando di fare quello che si fa quando si vuole diventare grandi: trovare i migliori. Solo che c’è un problema, e non di poco conto: quando tu scendi a dei livelli così bassi, i migliori vogliono ancora venire da te? Perché la notizia di questi giorni è che Andy Cowell, il managing director della Mercedes, uno degli artefici del pioneristico e magistrale lavoro del team di Brackley, ma con il mandato in scadenza a fine stagione e già deciso a lasciare le Frecce Nere dopo 6 titoli mondiali, ha rifiutato la Ferrari che gli aveva offerto un contratto e un ruolo chiave per ristrutturare il Reparto della Power Unit. La reputazione della Rossa sta diventando come quella delle sue monoposto: fa pena. Che poi, in sintesi, è il tono usato dal Grande Nemico Toto Wolff, alla vigilia della gara, dopo il quattordicesimo e il quindicesimo posto di Leclerc e Vettel nelle qualifiche, giusto davanti alle scuderie clienti, Alfa e Haas: «La Ferrari è una icona. E’ brutto per la F1 vedere che non è in grado nemmeno di lottare per le posizioni davanti. E non è bello nemmeno per la competizione. Bisognerebbe domandarsi da dove venga questo calo di prestazioni. Non se lo meritano i suoi tifosi e tutti i dipendenti di Maranello che lavorano con grande passione».

Visto che la proprietà poi è la stessa, ricorda per certi versi la Juventus dopo "Calciopoli", quando la struttura dirigenziale della società era governata da tifosi dilettanti come il presidente Giovanni Cobolli Gigli, persona degnissima e molto per bene, che però non si era mai occupato di calcio e di sport nella sua vita se non per guardare qualche partita alla tv o farsi una bella camminata al golf della Mandria. Solo che alla Juve arrivò Andrea Agnelli e tutto cambiò in fretta. Agnelli non è solo un padrone. E’ un manager che ci capisce di calcio, e si vede, visto che le scelte decisive e soprattutto giuste alla Juventus le ha fatte tutte lui. Il segreto è solo questo. Montezemolo ha fatto il suo tempo, ma lui era cresciuto al box negli anni di Lauda e conosceva perfettamente l’ambiente della Formula 1. Il segreto è tutto qui. Ma alla Ferrari oggi chi c'è e soprattutto chi viene?

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   

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