Il capolavoro di Vettel nel momento più basso della Ferrari. Ma questa macchina è da salvare?

Nel GP di Germania vince Verstappen, ma il pilota della Ferrari mette a segno una clamorosa rimonta

Il capolavoro di Vettel nel momento più basso della Ferrari. Ma questa macchina è da salvare?

Se in Germania ha vinto Max Verstappen, perchè in fondo queste sono le sue gare, così piene di sorprese, guai ed avventure, fra un testacoda e l’altro, il vero miracolo lo ha fatto Sebastian Vettel, capace di rimontare dall’ultimo posto al secondo in 67 giri, sospinto da un pubblico che faceva tremare gli spalti a ogni suo sorpasso. Ancora più incredibile è che Seb sia rinato all’improvviso facendo il suo capolavoro proprio nel giorno più nero della Mercedes, che a casa sua non va oltre il misero, undicesimo posto di Lewis Hamilton, visto che Bottas è finito contro un muretto, la stessa sorte capitata a Leclerc, quand’era in seconda posizione e cominciava a pensare in grande.

Vettel un leone negli ultimi giri 

Ma la cosa più sorprendente è che nessuno avrebbe scommesso un centesimo su Sebastian a meno di mezz’ora dalla fine, che sembrava aver già fatto il suo e navigava senza infamia e senza lode, ma pure senza speranze, tra l’ottavo e il settimo posto. Poi è successo tutto all’improvviso. Lui dice che ci ha messo del tempo ad abituarsi alle gomme intermedie. Ma che quando è entrato in sintonia, alla fine è partito. Boh. In ombra per tre quarti della gara, è diventato un leone negli ultimi giri.

La gioia di Binotto 

Così, Mattia Binotto, dopo la depressione di sabato e le facce sconsolate dei suoi piloti, è riapparso raggiante: «La macchina ha funzionato bene dopo i guai della vigilia, ha permesso ai nostri piloti di avere il ritmo giusto. E credo che sia fondamentale per Vettel questo risultato». La cosa importante, sottolinea con molto garbo il team manager, è che «macchine sbagliate non ce ne sono. Ci sono macchine diverse che possono comportarsi più o meno bene a seconda delle situazioni». Che forse sarà anche vero. Ma è altrettanto vero che il miracolo di Vettel - calmo e forte per tutta la gara, capace di avre la freddezza di rischiare solo al momento giusto - non deve far passare nel dimenticatoio il disastro delle qualifiche, perché mai il team di Maranello aveva fatto così male.

Punto più basso a un anno dalla morte di Marchionne 

Non sappiamo se è uno scherzo del destino, che a volte è davvero un incomprensibile folletto capriccioso e crudele, ma la Ferrari ha toccato il punto più basso della sua storia proprio un anno esatto dopo la morte di Sergio Marchionne, il grande manager che ha salvato la Fiat e che era così innamorato delle Rosse da dire che nella sua vita aveva lavorato anche per cose che non lo avevano gratificato, «ma essere qui invece è una grande fortuna, è la cosa più bella che mi sia mai capitata. La Ferrari per ragioni storiche si è guadagnata il diritto di rappresentare il Dna della Formula Uno». Un anno dopo, la vettura che rappresenta il Dna della F1 è partita al Gran Premio di Hockenheim dalla decima e dall’ultima posizione, perchè tutte le sue due macchine si erano fermate per dei guasti alle qualifiche.

Dubbio su macchina da rifare 

E Mattia Binotto è lì che continua a ripetere le stesse parole dal primo giorno di questo mondiale, che adesso dovremo capire qual è stato l’errore e che bisogna lavorarci sopra, ed è dall’Australia che continuano a lavorarci sopra, e i risultati eccoli qui: «rammarico, delusione, siamo arrabbiati con noi stessi, sono cose che non dovrebbero capitare e ne sono capitate troppe». Per ora il dubbio che questa macchina sia da rifare, per ora non è venuto a nessuno. Certo è che su 4 degli undici gran premi della stagione ha avuto dei gravi problemi che le hanno impedito o di vincere o di far bella figura. La verità è che a noi sembra una vettura che va bene quando non va forte. Appena accelera, capita sempre qualcosa. Alle qualifiche di Hockenheim ci sarebbe stato da ridere, se non fosse venuto da piangere. Vettel non ha potuto nemmeno farle per un guasto all’intercoder del turbo. Ultima posizione. Leclerc il guasto l’ha avuto alla pompa della benzina. La scena era sempre la stessa, i meccanici che trafficavano disperatamente sulla macchina, e i piloti che si levavano il casco sconsolati quando gli facevano segno che non c’era niente da fare.

Andar piano per arrivare alla fine 

Poi in gara tutto è cambiato ed è andata meglio, in questa domenica di pioggia e di nuvole, così adatta alle sorprese, con Charles Leclerc che ha rimontato dalla decima alla seconda posizione fino a quando, dopo aver appena messo le gomme rosse al pit stop, al trentesimo giro non è finito contro i pannelli dell’ultima curva: macchina incastrata e gara finita. Sebastian Vettel, invece, è partito benissimo, portandosi in pochi giri dall’ultimo e ventesimo posto all’ottavo. Solo che poi sembrava essersi fermato, tanto che a pensar male c’eravamo messi in testa che forse aveva capito che il segreto della Ferrai di quest’anno è quello di andar piano se si vuole arrivare sino alla fine.

Macchina che non è nel dna della Ferrari 

Negli ultimi giri, tra un safety car e l’altro, mentre saltavano Hamilton e Bottas, Sebastian ha cominciato a correre come nelle libere di venerdì, quando le Ferrari dominavano tutti. Nessuno lo dice, ma la grandezza di Sebastian dev’essere stata proprio quella di aver capito che questa macchina non è in grado di tirare per tutto il tempo di una gara. Se vuoi arrivare in fondo, devi gestirla. Così, ha sparato all’inizio per portarsi in mezzo al gruppo. E poi ha aspettato il momento giusto. Chapeau. Una piccola osservazione: con una macchina così non puoi pensare di vincere. E se la Ferrari rappresenta il dna della F1, come diceva Marchionne, questa cosa invece non è proprio tanto nel suo.