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Il capolavoro di Lewis Hamilton e le pene della Ferrari: Mondiale ancora aperto

Il britannico rimonta e vince su Verstappen. Le due Ferrari arrivano soltanto quinta e sesta

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
Foto Ansa
Foto Ansa

Che cosa ha fatto Hamilton! Nello sprint delle qualifiche ha rimontato 15 posizioni. In gara altre dieci. E’ andato oltre i numeri, oltre la realtà. Lo penalizzano, lo retrocedono, ma non ce n’è per nessuno. Sorpassa Verstappen al cinquantanovesimo giro e in quei dodici che mancano alla fine, gli rifila pure la bellezza di altri dieci secondi. E’ questo che deve preoccupare parecchio la Red Bull: l’avversario non è solo il pilota campione del mondo più forte del gruppo, ma da adesso anche una vettura che ha fatto dei progressi notevoli con la nuova power unit. Ci sono ancora tre gare per assegnare il titolo, e Verstappen dopo il Gran Premio del Brasile ha ancora un vantaggio di 14 punti, che non è un bottino da poco.

Ma se Lewis ripeterà i capolavori di Interlagos, vincerà quello che c’è da vincere e si riprenderà il titolo. Nei sorpassi che ha compiuto ai danni di Perez e Max, c’è tutta la sua grandezza: velocità di pensiero, grinta, coraggio e abilità. Ha vinto così una gara straordinaria, in un clima bollente. Sotto, 52 gradi sull’asfalto. Sopra, le dichiarazioni di Toto Wolff che aleggiano minacciose: «Attenzione, perché girano macchine irregolari». Non fa nomi, ma non è difficile immaginare con chi ce l’abbia.

Però in gara, l’unica cosa fuori dalla norma sembra invece il motore della Mercedes, che non è un motore: è un missile. Se poi ci metti sopra uno come Hamilton il gioco è fatto. Lui ce la fa, Bottas no, che arriva terzo. Dietro a Perez, ci sono le due Ferrari, Leclerc quinto e Sainz sesto, i campioni della mediocrità.

Mattia Binotto dice di essere contento: «Bene l’affidabilità. Tocchiamo ferro, ma su questo siamo migliorati tanto, ed è importante. Oggi non possiamo lottare con i primi, perché questa vettura è lo sviluppo di quella dell’anno scorso, che aveva qualche errore. Ora siamo cresciuti molto, anche durante la stagione. Per il 2022 possiamo solo dire quello che ripetiamo sempre: stiamo lavorando». Basterà? Certo: rispetto alla disastrosa SF1000, non c’è proprio gara. Questa di oggi sembra quasi completamente un’altra vettura, ed è un gran complimento. Però la verità è che ci si aspettava qualcosa di più, e siamo tutti qui ad aspettare questo vero cambio di marcia che, ogni gara che passa, resta sempre più un miraggio.

Da un po’ di gran premi la Ferrari ha cambiato power unit, con uno sguardo sul 2022, cercando di lanciare qualche segnale positivo. Di sicuro, i tecnici e i piloti del Cavallino si aspettavano tantissimo da questo upgrade, che avrebbe dovuto alzare il rendimento della monoposto, avvicinando la Sf21 alla Red Bull e alla Mercedes, le due incontrastate dominatrici delle ultime stagioni. Prendendo come principale riferimento la vettura tedesca, che è quella con il motore più potente come si è visto bene in Brasile, le cose purtroppo non stanno proprio così.

Analizzando tutti i dati delle qualifiche, il gap nei confronti delle Frecce Nere prima del cambio della power unit era di 0,10s, mentre dopo la differenza si è stabilizzata a 0,12s al chilometro, passando da un gap medio di 0,48 a uno di 0,61. I numeri non mentono. A leggere questi dati, nonostante tutte le dichiarazioni di prammatica e di alacre speranza («siamo migliorati», «stiamo lavorando»), l’uso del nuovo sistema non ha fornito vantaggi, ma ha rimarcato ancora di più il divario sfavorevole nei confronti della Mercedes. Detto brutalmente, la Ferrari è sempre più indietro. Anche perchè il vero problema, più della stessa power unit, è quello dell’aerodinamica: è lì che la differenza è troppo netta, che il Cavallino non riesce a fare passi avanti determinanti. E’ una situazione piuttosto deprimente, non solo per quel che riguarda la stagione attuale, ma pure in prospettiva futura.

Dall’inizio dell’anno non si fa che parlare del 2022, questo appuntamento ormai fatidico che dovrebbe cambiare il mondo e le gerarchie della formula 1. Dai vertici più alti di Maranello ci avevano promesso che la musica sarebbe cambiata, che quello sarebbe stato l’anno della svolta. Sarà anche così. Ma cominciamo a fare molta fatica a crederci. La Rossa, il suo mito e la leggenda, sono lì che annaspano nella mediocrità. Ed è dura da accettare. Ma è la realtà: 14 anni senza mondiale, e due senza neppure un Gran Premio.

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
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