[Il ritratto] Così è stato silurato Arrivabene, ecco come sarà la Ferrari targata Binotto

Il nuovo team manager dovrà riportare serenità in un ambiente lacerato dagli attriti e da una guerra interna, che aveva portato a una spaccatura tra i progettisti in fabbrica e la squadra in pista

[Il ritratto] Così è stato silurato Arrivabene, ecco come sarà la Ferrari targata Binotto

Bernie Ecclestone, il grande boss della Formula 1, lo aveva detto in tempi non sospetti. Secondo lui all’interno della scuderia Ferrari c’era una lotta di potere tra il team manager Maurizio Arrivabene e il direttore tecnico Mattia Binotto, che dopo la morte di Sergio Marchionne era esplosa ancora più forte. L’idea dell’ex ad di Fiat Chrysler Automobiles, il «Bulldozer», come l’aveva chiamato Le Monde, era quella di «far sopravanzare Binotto al posto di Arrivabene al timone della squadra», aveva poi aggiunto il ras del circus dal suo ufficio al 66 di Knightsbridge, Londra, solo che la morte di Marchionne aveva accentuato la faida interna ridando più potere al manager bresciano: «John Elkann deve prendere una decisione. La perdita di Binotto sarebbe un enorme passo indietro per la Ferrari». Solo che farlo non era così semplice come dirlo.

Maurizio Arrivabene è un tipo tosto, soprannominato non a caso "Iron Mauri", rimasto saldamente in sella a un’azienda come la Philip Morris mentre tutti gli altri manager saltavano come birilli, conquistando la fiducia di Andrea Agnelli, che per un certo periodo ci lavorò assieme. Alla Ferrari ha fatto guadagnare tanti soldi, grazie alle sue capacità commerciali. E uno dei progetti era proprio quello di portare Andrea a capo della rossa, in coppia con Arrivabene. Ma il presidente della Juventus ha ancora due grandi obiettivi davanti, la Champions e la riforma del calcio europeo, prima di lasciare il suo posto a Nedved. Bisognava scegliere un’altra strada. E Mattia Binotto aveva parlato chiaro: «O io o lui». In tasca aveva due offerte: dalla Mercedes e dalla Renault. E la benedizione di Marchionne, che l’aveva già scelto come dirigente di riferimento e consulente personale, pensando di promuoverlo nel 2019. Alla fine ha vinto la sua linea. John Elkann ha scelto così.

Maurizio Arrivabene, tifosissimo juventino, come l'ha ricordato un cronista che l’aveva visto passeggiare nei box con una radiolina attaccata all’orecchio gridando «Goool!! Grande Alex!», andrà alla Juve, al posto di Marotta, di nuovo insieme ad Andrea Agnelli. Alla Ferrari cambia tutto. Ma questa rivoluzione è un ritorno al passato: Mattia Binotto, 49 anni, reggiano di natali svizzeri, in carriera a Maranello dal 1995, subito dopo la laurea in Ingegneria Meccanica a Losanna e il master al Dipartimento di Ingegneria Enzo Ferrari di Modena, è cresciuto con Jean Todt nell’era di Montezemolo e Schumacher, anche se è diventato grande con Marchionne. E’ grande amico di Stefano Domenicali, un altro figlio di quei tempi trionfali, ora, a 54 anni, ad e presidente della Lamborghini, e potrebbe rivolerlo con sé. Sarebbe un rientro clamoroso, specie se dovesse sostituire Louis Camilleri, attuale amministratore delegato. Domenicali conosce bene l’ambiente della Ferrari, dove entrò ragazzino nel 1991, appena laureato in economia e commercio, per arrivare nel 2007 al comando come team manager.

Se questa nomina adesso è soltanto una voce di corridoio, molto più sicuri sono gli altri uomini di cui vuole circondarsi Binotto. La sua prima mossa sarà probabilmente la promozione a direttore sportivo di Laurent Mekies, che dopo aver lavorato come progettista alla Toro Rosso è stato responsabile della sicurezza nella Federazione internazionale automobilistica, debuttando alla Ferrari a fine novembre al Gran Premio di Abu Dhabi. Mekies avrà un ruolo importante, perché Binotto non possiede quell’expertise politica necessaria per trattare e discutere le nuove regole della Formula 1 a partire dal 2021, cercando di non far perdere potere alla Rossa. Lo accompagnerà in quegli incontri. Nella squadra ci saranno poi sicuramente l’ingegnere motorista Corrado Iotti e l’aerodinamico Enrico Cardile. John Elkann ha deciso per ora di concentrare le mansioni di direttore tecnico e di team principal nelle mani di Binotto, che conosce bene tutti e due gli aspetti,m e soprattutto le dinamiche del muretto. Maurizio Arrivabene aveva dato una impronta esclusivamente manageriale al suo mandato, spezzando con il passato: Todt e Domenicali, che l’avevano preceduto, avevano portato in dote un know how sportivo di altro spessore. Anche in questo la scelta di Binotto richiama i tempi andati.

Altro compito importante che spetta al nuovo team manager è quello di riportare serenità in un ambiente ormai lacerato dagli attriti e da una guerra interna, che aveva portato a una spaccatura tra i progettisti in fabbrica e la squadra in pista, gli uni che rinfacciavano agli altri di non aver sfruttato la superiorità della macchine, e gli altri che negavano questa superiorità. Binotto più di una volta si era lamentato di questo con Marchionne, sostenendo che se si dava fiducia alla gente, tutti ci avrebbero guadagnato. Evidente l’accusa ad Arrivabene, tratteggiato in alcuni corridoi di Maranello più come un dittatore che come un direttore.

Ma che tra i due non ci fosse feeling è cosa risaputa, anche se sotto l’ombrello di Marchionne una decente convivenza ha resistito alle intemperie e alle sconfitte. Solo che dopo la sua morte il rapporto era diventato insostenibile, e adesso gli aneddoti e le memorie fioriscono in serie. Però, andiamoci piano. Come sempre succede da noi, appena uno scende dallo scranno, gli si rivoltano contro tutti. Il giornalista inglese Mark Hughes, collezionando forse queste confessioni a posteriori, ha dipinto Arrivabene come «un despota con i suoi inferiori: alcuni lo vedevano come leader, altri come prepotente», arrivando a sostenere che «gestiva il team attraverso la cultura dell’intimidazione e della paura». Francamente, per quel poco che l’avevamo conosciuto circa vent’anni fa, il ritratto ci pare un po’ esagerato. L’unica colpa che forse gli si può muovere è che non era un tecnico sportivo. Mattia Binotto sicuramente lo è. Come lo erano Todt e Domenicali. Il ritorno al passato, con un capo che ricopre tutti i ruoli, certe volte può far bene. E alla Ferrari ce n’era bisogno.