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La magica Olimpiade di un Paese migliore: sta tutto nella splendida rimonta di Tortu

Non c’è vittoria che non ci siamo sudati, che non abbiamo afferrato con le unghie dentro di noi, dallo storico cento metri di Jacobs al gambaletto di Gimbo Tamberi

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
Un momento della cerimonia finale di Tokyo 2020 (Foto Ansa)
Un momento della cerimonia finale di Tokyo 2020 (Foto Ansa)

Nella splendida rimonta di Filippo Tortu, in quell’ultima medaglia d’oro, c’è tutta l’immagine di questa estate e di questa indimenticabile Olimpiade, in quei centimetri recuperati uno per uno fino al centesimo strappato sulla linea, in quello sguardo stranito, nell’insostenibile leggerezza della felicità che non trattiene più le lacrime. E’ tutta l’estate che rimontiamo, dalla finale di Wembley alla prima medaglia di Tokio, quando Vito Dell’Aquila ha risalito l’impossibile, non c’è vittoria che non ci siamo sudati, che non abbiamo afferrato con le unghie dentro di noi, dallo storico cento metri di Jacobs al gambaletto di Gimbo Tamberi, abbiamo sempre dovuto inseguire per prenderci quello che ci spettava, abbiamo sempre dovuto sorpassare.

Solo i più forti rimontano, solo loro ce la fanno. Perché il talento non basta, ci vuole la cosa più importante: la testa. Ecco cosa ha fatto Filippo Tortu, ha racchiuso tutta la nostra estate in quei passi incredibili, in quegli ultimi cento metri divorati alle spalle di Nethanell Mitchell-Blake, il solito inglese sulla nostra strada. Niente è più emblematico della sconfitta raccontata dalla parte dello sconfitto, dal telecronista di Eurosport English che urla "ci prendiamo l’oro, l’Inghilterra sta vincendo!", prima di spegnere il grido in un sospiro, "Ha vinto l’Inghilterra?... Nooo, l’Italia...". Come il titolo del Daily Mail, "Not Italy again", no, di nuovo l’Italia, ancora loro.

"Not Italy again!"

Sì, ancora noi. Forse sarà per questo che pure un giornale elegante come il Times si sta arrampicando sugli specchi, accanendosi al limite della calunnia contro Marcell Jacobs, visto che già il titolo che esibisce a 9 colonne nella prima pagina dello Sport potrebbe presentare gli estremi della querela: "Police probe 100m star’s nutritionist". In realtà, Giacomo Spazzini, imprenditore bresciano e fondatore di "una società di consulenza per il benessere psicofisico", coinvolto in una inchiesta sul mercato nero degli anabolizzanti, non è più da tempo il nutrizionista di Jacobs, che l’ha cambiato appena venuto a conoscenza di questa indagine. Il bello è che, come certifica lo stesso Times, la polizia ha già chiuso l’indagine e la medaglia d’oro dei cento metri ne è risultata completamente estranea. E allora di cosa parliamo?

Evidentemente, l’abitudine a gettare impietosamente fango sugli altri non è una peculiarità solo italiana. La verità è che Marcell, così come lo era stato Pietro Mennea, è l’esempio perfetto di quanto può incidere la forza di volontà sul risultato delle proprie prestazioni, quanto conti la fiducia in se stesso e il lavoro, il duro lavoro, e la profonda convinzione a non mollare mai. Il direttore tecnico dell’atletica italiana sa che è questa la cosa più importante, più di tutte le chiacchiere inutili che si stanno facendo, "e se Jacobs resta Jacobs, quello che avete visto qui, può arrivare a Parigi continuando a essere il velocista da battere".

Il Jacobs che abbiamo visto qui è quello che ha rimontato tutto, il record italiano e poi quello europeo, gli avversari e se stesso, il ragazzo diventato uomo che ha dato fiducia agli altri, perché hanno cominciato loro due, Gimbo e Marcell, il primo agosto 2021, nella più grande giornata di sempre dello sport italiano, a vincere l’impossibile e far capire agli altri che ce la possiamo fare, che bisogna crederci, perché lo sport è come la vita: non basta essere più forti o più bravi, quello che conta di più è il lavoro. Se lavori più degli altri, potrai battere anche chi è più grande di te. L’Italia ha fatto questo.

Dieci ori, quaranta medaglie

Dieci ori, ma soprattutto quaranta medaglie, un bottino che ha stracciato primati che resistevano da tempo immemore, da Roma 1960 e Los Angeles 1932, quando quei carnieri erano stati riempiti da 36 podi. Sono medaglie che pesano: cinque ori nell’atletica, la Regina delle Olimpiadi, ai quali sommare un numero fino alla vigilia impensabile di finali raggiunte, testimoniano un livello altissimo, che ci avvicina addirittura agli Stati Uniti. Manca all’appello forse qualche risultato migliore nel nuoto e nella scherma, e negli sport di squadra. Ma soprattutto nutriamo il rammarico per la sfortuna che ha colpito Gregorio Paltrinieri, un altro dei grandi protagonisti di questa Olimpiade, atleta immenso, perché arrivato a Tokio ancora indebolito dalla mononucleosi è riuscito lo stesso a vincere due medaglie, sugli 800 metri e sui diecimila. Non osiamo pensare che cosa avrebbe fatto in condizioni normali. Anche lui, come Jacobs e Tamberi, come tutti quelli che hanno costruito nel silenzio della fatica il loro percorso sulla strada di Tokio, è il grande testimone della Vittoria sull’impossibile.

Al di là di ogni retorica ce lo meritiamo noi tutto questo, noi che stiamo ancora in mezzo al guado, sulla via della risalita, dentro a questo fiume che non finisce mai? Il nostro è stato uno dei Paesi più colpiti dal covid, quello che ha avuto tra le più alte percentuali di mortalità e questo in un modo o nell’altro ha inciso nella preparazione degli atleti. Non è un caso, forse, che la piccola Olanda che non ha dovuto patire tutti i nostri disagi e i nostri dolori nella pandemia, ci sopravanzi nella classifica del medagliere al settimo posto (noi siamo decimi: dieci ori, dieci argenti e venti bronzi). Anche per questo c’è da essere fieri per quello che hanno fatto gli atleti azzurri. Ma anche per quello che stiamo facendo noi, quest’estate, che ci siamo ritrovati finalmente sotto la stessa bandiera, che ci siamo stretti fra di noi e ci siamo riconosciuti in quello che succedeva, negli occhi di Filippo Tortu, nel suo sguardo e nelle sue lacrime, in questo manifesto dell’Italia che funziona, la metafora di un Paese che viene dalla sofferenza e che ce l’ha fatta. Per un centesimo, in rimonta. Come ce la fanno solo i più forti. Dobbiamo crederci anche noi, che siamo così.  

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno   
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